Recensione: Stabat Mater, di Tiziano Scarpa

Pubblicato 17/10/2010 di giovacollot
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Se una domenica andate a Venezia, lasciatevi alle spalle la folla di Piazza San Marco, e dirigetevi a sinistra, oltre Palazzo Ducale e il Ponte dei Sospiri, che collega il Palazzo alla Prigione dei Piombi. Passate, una volta tanto, oltre questi centri del potere della Serenissima Repubblica; non considerateli, come la maggior parte dei turisti, la meta del vostro cammino, ma l’inizio di esso. Percorrete Riva degli Schiavoni, dove arrivavano le navi dalla Dalmazia (la Schiavonia appunto, perché nell’antichità da lì venivano gli Schiavi) verso il secondo vertice dell’Impero del Leone, quello produttivo-bellico, l’Arsenale.

Ma questa volta il nostro non è un viaggio nel cuore del potere; sulla Riva ad un certo punto troverete una bella Chiesa, Santa Maria della Pietà. Essa è l’estremità meridionale di un complesso di edifici che nel passato è stato una delle istituzioni più importanti della città: l’Ospitale della Pietà. Il Palazzo Ducale mostra al mondo la grandezza della Serenissima; i Piombi ne simboleggiano la severità; l’Arsenale la potenza bellica delle navi che per secoli dominarono il Mediterraneo; il Canal Grande l’opulenza sfarzosa; per finire con il Ponte di Rialto, il quale dimostra come Venezia sia stata una delle città più cosmopolite e ricche che il mondo abbia mai visto.

Di fronte a tutto ciò, l’Ospitale si presenta molto più umile e dimesso; ma se i Palazzi citati sopra ci ricordano i privilegiati e i potenti, le mura dell’Ospitale ci raccontano le storie dei più sfortunati. Anzi, per essere più precisi, delle più sfortunate. Perché la Pietà era un orfanotrofio femminile, in cui le neonate rifiutate dai genitori, o perché frutto di errore, o più spesso per necessità, come spesso accadeva fino a non troppo tempo fa. Ma l’Ospitale della Pietà di Venezia aveva una particolarità che lo faceva brillare di fronte agli altri enti assistenziali dell’epoca: in esso le ragazze erano educate alla musica, e formavano il  “Choro de la Pietà”, famoso in tutta Europa. La Chiesa era il loro palcoscenico; le ragazze suonavano nascoste dietro delle balaustre ad alcuni metri da terra, in modo da nascondere il loro volto agli uditori: ma in questa spersonalizzazione, in questa umiliazione massima delle loro personalità, diventavano puro suono, pura arte. Erano uno strumento finissimo, leggendario, pronto a realizzare le visioni dei maestri del coro, e di uno in particolare, che qui lavorò agli inizi del ‘700: Don Antonio Vivaldi.

E’ in tale contesto che si svolge la storia di Cecilia, orfana sedicenne della Pietà nei primi anni del ‘700, che sa suonare meravigliosamente il violino. Essa è raccontata dal libro di Tiziano Scarpa sotto forma di una lunga sequenza di lettere e pensieri che la ragazza scrive ad una madre immaginaria per vincere l’angoscia che la colpisce ogni notte. Non c’è una vera e propria trama; il libro è un’insieme di immagini slegate tra loro, di temi che si rincorrono e si ripresentano, in continui tentativi di Cecilia di capire sé stessa, di vincere la solitudine, il sentimento di non essere nessuno, di essere senza passato e senza futuro. I giorni si susseguono sempre uguali nell’Ospitale isolato dal mondo, in cui le ragazze sono educate a cancellare la loro personalità per farsi “strumento del divino”, voce attraverso cui far passare la musica. La Venezia gioiosa ma decadente del ‘700, in cui dietro le maschere e i profumi si intravedono già i segnali marcescenti della fine,  è negata a Cecilia e alle sue compagne, alle quali la vita è stata negata fin dalla nascita: sono state salvate, ma il loro compito è quello di fare meno rumore possibile con le loro persone. Nessun rumore, solo musica. Cecilia scrive proprio per dare un senso alla sua vita, per fare rumore, per trovare una luce che la identifichi come individuo; gli stessi motivi che la spingono a stonare apposta durante le esecuzioni, per dire: sono qui.

La luce tanto cercata si presenta quando il vecchio maestro del coro va in pensione e se ne presenta uno nuovo: Don Antonio, Vivaldi appunto. Il nuovo maestro porta una nuova forza nella vita delle ragazze, e dei sentimenti che non hanno mai conosciuto; le spinge ad imitare i rumori della natura, ad esprimere loro stesse attraverso la musica; Cecilia riconosce sé stessa nel maestro, e Vivaldi riconosce sé stesso in lei. La ragazza, finalmente, riesce a capire quale grande potere riesce a sprigionare con la musica, e acquisisce la sua maturità, che la porterà a fare a meno della madre. Quello di Scarpa, quindi, è in un certo senso un romanzo di formazione, ma dimesso e disperato, raccontato da chi ha avuto troppo poco dalla vita per lasciarci un segno, ma nonostante ciò cerca di opporsi a questo destino. Ma è soprattutto un romanzo sulla potenza della musica, e sulla possibilità di ottenere una musica pura, slegata dall’interprete, proprio perché l’interprete si annulla in essa: “Sono stata attraversata dal tempo e dallo spazio, e da tutto quello che essi portano dentro. Alla fine ero stravolta, in un’ora io sono stata musicalmente grandine, musicalmente afa, musicalmente gelo, musicalmente tepore, musicalmente piedi intirizziti, musicalmente pioggia leggera, musicalmente suolo ghiacciato che fa male caderci sopra, musicalmente prato tenero, sono musicalmente stata dentro il sogno di un guardiano di capre, dentro un cane che abbaia, dentro gli occhi di una mosca, sono musicalmente stata nuvola nere, passo ubriaco, bestia terrorizzata e pallottola che la uccide”.

Stabat Mater, Tiziano Scarpa

Einaudi, 2008

Pagine: 144

Mi dispiace, ma a Woodstock preferisco l’Opera

Pubblicato 26/09/2010 di giovacollot
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In questo weekend, a Cesena si è svolta la nuova Woodstock. Ma tranquilli, dimenticatevi il glorioso mantra sesso-droga-rock’n'roll; la nuova Woodstock è consistita nel raduno del movimento 5 Stelle, capitanato da Beppe Grillo. Una due giorni di musica, a rte e comizi, che ha portato su un prato di Cesena circa centomila persone, centomila “rivoluzionari”, come li ha chiamati Grillo. Questo raduno offre sicuramente degli spunti di riflessione interessanti, soprattutto nella situazione in cui vivacchia la politica italiana negli ultimi tempi: Grillo si pone a fustigatore della politica, e a rivoluzionario; ma ci riesce veramente?

Per prima cosa, non si può negare che Grillo abbia puntato sul cavallo corretto. Egli, con la sua verve polemica da comico senza peli sulla lingua, ha saputo percepire e raccogliere le voci di antipolitica e di rinnovamento che da anni emergono dalla società italiana. Questo è vero, ed è risaputo già da un pezzo. Da oggi, però, il movimento è entrato in una nuova fase; non contento di avere favorito la vittoria del centrodestra in regioni come il Piemonte, sottraendo voti alla sinistra, ora l’esercito dei rivoluzionari arrabbiati si scaglia contro il sistema politico tutto, proponendo il superamento dei partiti e dei privilegi, ma allo stesso tempo ponendo come obiettivo legittimo e raggiungibile quello di ottenere 10 deputati alle prossime legislative. Insomma, il movimento va contro i partiti, ma vuole giocare sul loro stesso terreno. Sta a Grillo spiegare come pensa di recrutare i candidati deputati, organizzare una campagna elettorale vincente e rendere il movimento presenza costante in Parlamento senza diventare partito, più o meno strutturato, ma partito. Non basta un nome, movimento, per non trasformare i 5stellini in movimento; se partecipa alle elezioni, se il loro obiettivo diventa quello di avere deputati in parlamento, è necessario un certo passaggio ad una forma partito. Infatti, non si può dire che il PDL sia un organo strutturatissimo e dotato di profondità di azione sul territorio; ma non si può affermare che queste sue caratteristiche non lo rendano un partito. Anzi, è un partito tanto meno democratico, quanto le decisioni riguardo al suo funzionamento sono prese solamente dal suo leader. Adesso, vedo molto difficile che il Movimento 5 stelle non faccia la stessa fine, sottoposto alla scelta finale dei deputati da parte di Grillo. Perchè, se è vero che il comico assicura che la legge elettorale è una porcata e va modificata, come d’altronde buona parte delle persone dotate di intelletto sostengono da molto tempo, è altrettanto vero che per entrare in Parlamento bisogna giocare con le liste bloccate, e quindi Grillo può fare il buono e il cattivo tempo, come uno qualsiasi dei vecchi politici criticati a Cesena.

Grillo un merito ce l’ha, però: quello di sapere usare con maestria i mezzi di comunicazione contemporanei: internet, attraverso l’uso esperto di blog, social network e Youtube, non ha più segreti per lui; e in questo modo riesce ad allargare sempre di più la sua schiera di seguaci insoddisfatti del sistema. E’ però questo un uso dei media che porterà ad una maggiore democrazia, e svincolerà il movimento dalle logiche di partito tradizionali? Non credo; vedo assai improbabile uno sviluppo di questo genere, perchè comunque tutto il meccanismo fa capo al leader, che domina le idee del gruppo senza possibilità di contraddizione. Anzi, questa politica “diffusa” rende ancora più difficile mettere in discussione il leader, cioè Grillo, perchè la rete crea un pubblico amorfo, da cui pescare le teste più fedeli e lasciare perdere le altre.

Insomma, Grillo è un furbacchione, e nient’altro che questo: critica i meccanismi della politica, ma per veicolare il suo messaggio di critica ne utilizza gli stessi meccanismi, portandoli ad un nuovo livello. Non è diverso, non è nuovo rispetto a Berlusconi; è semplicemente arrivato dopo, ne ha potuto studiare la bravura e gli sbagli e, ora che ha studiato, ne approfitta per ottenere gloria come novello Messia. Questo è dimostrato da un’ultima considerazione: in un momento in cui la vera opposizione al sistema politico attuale sarebbe spingere ad una riflessione precisa e preparata sulle vere priorità del Paese, invece che discutere sulla balle al vento di Fini, Grillo si limita a criticare, a fare da pars destruens, senza però una pars construens nel suo discorso: non dà proposte concrete, non dice cosa farà una volta al governo, ma si limita a fomentare la rabbia del suo pubblico cieco e a guidarla verso la sua beatificazione personale. Proprio come ha fatto Berlusconi; e la confusione del nostro Paese appare ancora più grande, di fronte al pensiero che ormai i politici fanno i comici, e i comici fanno i politici. In un tale clima, così desolante, la vera rivoluzione sarebbe portata da chi veramente smettesse di urlare e ci invitasse ad ascoltare, ad approfondire i problemi, ad affrontarli dopo esserci preparati bene su di essi. Di Woodstock ne abbiamo già tante, e si vede quanto male sono usate; ora è il tempo di tornare all’Opera, e di scoprire quanto bella può essere.

I bei tempi andati (ovvero, quando su Sconfinare sembravo intelligente)

Pubblicato 09/09/2010 di giovacollot
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Pubblico oggi, dopo più di un anno, un articolo che avevo pubblicato come editoriale nel numero 17 di Sconfinare, uscito nel febbraio del 2009. La stagione era diversa, si usciva dall’inverno; l’occasione era diversa: il numero era uno speciale sull’attacco israeliano a Gaza  e sulle luci (poche) ed ombre (molte) che esso lasciava, e sui dieci anni dalla morte di De André. Persino io ero in parte diverso: in un anno e mezzo ci sono state moltissime cose che mi hanno fatto maturare e crescere, forse. Ma sono comunque rimasto stupito nel rivedere quanto avevo scritto allora, e nel notare come l’articolo, cambiando le ovvie coordinate temporali, sarebbe attualissimo. Quello che un anno e mezzo fa appariva chiaro come disimpegno ad ogni costo oggi è ancora così, anzi, è sempre peggio. Ma vedo anche che, rispetto ad un anno e mezzo fa, qualcosa ribolle sotto la superficie dorata della televisione. Bisogna vedere cosa ne uscirà, se questa rabbia sorda porterà a qualcosa, però i tempi per urlare e farsi sentire mi sembrano ormai maturi.

Da “Sconfinare” nr. 17, Editoriale:

“La domenica delle salme non si udirono fucilate: il gas esilarante presidiava le strade. La domenica delle salme si sentiva cantare: quant’è bella giovinezza, non vogliamo più invecchiare”. Così cantava Fabrizio De Andrè, all’indomani della caduta del muro di Berlino, ne La Domenica delle Salme, la sua canzone civile più famosa. Nei giorni scorsi, i giorni dell’attacco israeliano a Gaza, questa canzone mi è tornata improvvisamente in mente. Il fatto è che guardi alcuni telegiornali italiani nei momenti di apice della crisi nella Striscia, e scopri che tutti hanno ben altre priorità nelle notizie. Si parla del gelo (?), della neve a Milano, dei saldi maistaticosìsaldi, del Grande Fratello 9 che finalmente ricomincia, e chi più ne ha più ne metta. Ma di ciò che succede in Medio Oriente, per fare un esempio, neanche un cenno. E quando un cenno c’è, non ti aiuta a capire, ma si tratta solo di una dichiarazione di tifo per una delle due parti in lotta, come se si trattasse di una partita di calcio. Allora, mi sono reso conto di quanto De Andrè avesse ragione: la nostra è una società del disimpegno, del divertimento ad ogni costo. Siamo anestetizzati da un continuo brusio di fondo; ci sentiamo informati su tutto, e in realtà non siamo informati su niente. In questa situazione, è importante che ognuno di noi faccia il possibile per mantenere vivo un dibattito costruttivo. E’ un’operazione difficile, che costa tempo e fatica, senza dubbio. Nessuno nega che sia molto più facile lasciarsi trascinare dal flusso, prendendo ciò che ci viene offerto in abbondanza, senza farsi troppe domande. Ma è un atteggiamento che, per noi di Sconfinare, sarebbe poco dignitoso. Ecco perché cerchiamo di fare “opposizione costruttiva”: nel nostro piccolo, cerchiamo di sollevarci dal cicaleccio continuo che ci circonda, per parlare con voce chiara. Non è detto che ce la faremo, ma intanto ci proviamo, e cerchiamo di migliorarci numero dopo numero. In questo nostro ambizioso tentativo, voi lettori siete imprescindibili; se riusciremo a fare qualcosa di buono, sarà soprattutto grazie a voi che ci seguite con attenzione e interesse. Buona lettura!

Apologia del secondo (per ora)

Pubblicato 05/09/2010 di giovacollot
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Poche ore fa c’è stato il tanto atteso discorso di Fini a Mirabello.Io l’ho seguito in larga parte. E devo dire, mi è piaciuto. Non tanto dal punto di vista delle radici politiche (anzi, credo che il tutto sia stato guastato dalla citazione iniziale di Giorgio Almirante, che depotenzia un po’ il “messaggio” finiano”), ma mi è piaciuto proprio come discorso. Personalmente, credo sia stato il discorso più sensato, l’unico sensato, che ho sentito nel mondo politico di recente. A parte i discorsi di Vendola, anch’essi molto interessanti, i politici si perdono nel solito lancio di slogan semplici, nelle stesse urla, nelle stesse facilonerie. Fini, a mio parere, invece, ha fatto un discorso serio e preparato; non sono mancate le frecciatine a Berlusconi, ma esse non hanno mai preso il sopravvento. Come raramente accade, ci sono state anche delle proposte concrete, prima fra tutte quella sulla “flessibilità che non deve essere precariato”. Ma senza entrare nello specifico dei temi trattati, mi è sembrato un discorso pieno di buon senso: molte delle cose dette possono essere condivise da molti di noi, senza però cadere nell’antipolitica. Anzi, si è trattato di  una riaffermazione della forza della politica: da fine politico, Fini ha promesso che eviterà il ribaltone, che appoggerà il governo sui 5 punti; ma ha anche detto che il PDL non esiste più, che per questo non ci entrerà più, e che il federalismo può funzionare, ma che bisogna non appiattirsi sulla Lega, bisogna parlarne e negoziarlo. Di fronte al dittatorello Berlusconi e all’inerte Bersani, questa mi pare una boccata d’aria, per quanto scarsa.

Certamente Fini non riesce a convincermi del tutto: lo ritengo troppo un politico abile per credere che il suo sia un atto di liberazione e di coerenza con i propri valori. E’ difficile per me pensare che semplicemente egli si sia stufato di dover scendere a compromessi con le Follie dell’Imperatore per sperare di diventarne il successore,  e che ora riaffermi le sue vere credenze. Credo piuttosto che il quadro sia questo: un Pdl sempre più legato alla Lega (scusate il gioco di parole) allontana Fini dalla successione a Berlusconi, rendendolo un delfino perpetuo senza nessun potere, relegato sempre al secondo piano. Dall’altra parte c’è un’opposizione allo sbando, che non è alternativa seria neanche per la gestione di un negozio di fruttivendoli, figuriamoci per il governo. Quello che rimane è Casini e Rutelli,  che non sono politici bravi come Fini, e un mare di antipolitica grillina. Così, si apre per Fini la possibilità di farsi spazio e uscire dall’ombra: non è più eterno secondo di Berlusconi, ma primo di sé stesso. Cerca cioè di porsi a baluardo dell’opposizione a Berlusconi, sfruttando il suo ruolo di capo della Camera; anche se non avrà molti voti, sa di poter ottenere una vittoria morale. Quindi, Fini da abile politico fa i suoi interessi, senza dubbio, ma li fa in un modo pieno di buon senso e condivisibile da tutti.Fini dice “c’è un’altra destra oltre a Berlusconi”, ma dice anche “c’è un’altra politica oltre a Berlusconi”. A noi comuni cittadini, almeno questa sera, piace crederlo, e quindi cerchiamo di avere la memoria corta su quello che Fini è stato prima e dopo Fiuggi, e che è difficilissimo lavare via. Mirabello, discorso di Fini: il fotoracconto

Non posso evitare di pensare ad un confronto elettorale futuro in una democrazia bipolare, con Fini contro Vendola. Così sì che sarebbe bello, e che tornerebbero a governare la politica e i valori. Ma questo sì è troppo difficile da credere possibile, anche con la memoria corta.

Poesia del Giorno

Pubblicato 18/08/2010 di giovacollot
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Belve che balzano attraverso i secoli- Charles Bukowski

Van Gogh che scrive al fratello mandami dei colori
Hemingway che prova il fucile da caccia
…Coline medico fallito
l’impossibilità di essere umani
Villon sbandito da Parigi perché è un ladro
Faulkner sbronzo nelle fogne della sua città
l’impossibilità di essere umani
Burroughs che ammazza la moglie con la pistola
Mailer che la accoltella
l’impossibilità di essere umani
Maupassant impazzito mentre fa canottaggio
Dostoevskij messo al muro per la fucilazione
Crane gettato da poppa di un battello addosso all’elica
l’impossibilità
Sylvia con la testa dentro al forno come una patata arrosto
Harry Crosby che salta dentro il Sele Nero
Lorca assassinato per la strada dalla milizia spagnola
l’impossibilità
Artaud seduto sulla panchina di un manicomio
Chatterton che beve veleno per topi
Shakespeare scopiazza
Beethoven con un cornetto acustico nell’orecchio
l’impossibilità l’impossibilità
Nietzsche completamente pazzo
l’impossibilità di essere umani
troppo umani
questo respiro
dentro e fuori
fuori e dentro
questi degenerati
questi vigliacchi
questi campioni
cagnacci matti della gloria
spostano questa briciolina di luce verso dinoi nel modo più impossibile.

Un altro racconto estivo- ovvero, in estate basta crederci

Pubblicato 12/08/2010 di giovacollot
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In questo periodo tutti, persino la politica, vanno in vacanza. Quindi, spero non mi incolpiate troppo se non scrivo cose mie, ma mi limito a riportare scritti trovati in giro e che trovo interessanti. Insomma, capitemi: ho il cervello in vacanza, e le poche forze mentali che mi rimangono mi servono per proseguire con la tesi, che si sta rivelando un lavoro molto più arduo di quanto avessi pronosticato.

Poi, non saprei neanche cosa dire di fronte a quello che sta succedendo nella politica italiana in questa estate caldissima solo figurativamente: c’è da rimanere balbi. E allora, non faccio altro che incrociare le braccia, scuotere il capo e darmi alla letteratura e ai discorsi utopici. Aspettiamo settembre per tornare alla dura realtà, per ora usiamo l’estate per fingere che il mondo sia un posto migliore. Approfittiamone per semplificare, per giocare, per leggere e per fingere che tutto vada meglio; ci sarà presto il momento delle delusioni e dei problemi insolvibili. Adesso possiamo fingere di credere che tutto sia semplice, che la parola basti per convincere anche i dittatori più retrogradi e beceri; che se solo volessimo potrebbe cessare la fame nel mondo, e che se solo volessimo tutti potremmo avere la donna, o l’uomo, dei nostri sogni.

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In quest’atmosfera vacanziera e ottimista, nonché di svacco moderato, volevo proporvi un altro breve racconto che ho trovato nelle mie letture estive. E’ tratto da Le Storie da Calendario di Bertolt Brecht. Credo che sia importante per farci capire quanto è importante la protesta, e quanto l’unico vero modo per non cadere nella barbarie, come diceva Camus, sia la parole. Non importa quanto sbagliato è il mondo, non importa quanti governi ancora oggi torturano e affamano i loro cittadini; non importa se la cancrena politica è tale che non si vede nessun barlume di speranza. Il nostro compito è di farci sentire, di urlare forte, più forte che possiamo, e sperare che qualcuno ci senta. Guai a subire inerti, a non gridare abbastanza forte! Dato che è estate, fingiamo che tutto ciò sia ancora possibile, crediamo che veramente la parola possa sconfiggere le bombe. Magari credendoci si avvera.

-Bertolt Brecht, “Le Storie da calendario”:

Un passante volle sapere da un fanciullo in lacrime il motivo della sua pena. “Avevo messo insieme due soldi per andare al cinema- disse il ragazzo- quando mi si avvicinò un giovane e me ne strappò uno di mano”, e indicò un giovane che si poteva vedere a qualche distanza. “E non hai chiamato aiuto?”- chiese il passante. “Certo”- disse il fanciullo singhiozzando un po’ più forte. “Non ti ha udito nessuno?”- domandò l’uomo- “Allora dammi anche quest’altro”. Gli prese di mano l’ultimo soldo e continuò tranquillamente la sua strada.

Storiella di compleanno

Pubblicato 08/08/2010 di giovacollot
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Dato che oggi è il mio compleanno, e mi sto rosolando al sole, ho pensato di riportare qui questa storiella, citata in “I diritti umani oggi” di Antonio Cassese, che sto consultando per la tesi. E’ molto breve, ma significativa. Cassese paralva di diritti umani, io nel mio piccolo la faccio mia come un augurio per il futuro, e come un faro per capire cosa voglio fare nella vita. Spero che anche a voi sia utile. A presto.

“Un giorno cupo e piovoso un cavaliere scorse un piccolo passero che stava in mezzo alla strada, sdraiato sul dorso. “Che fai, con i piedini in aria?” – chiese il cavaliere. “Ho sentito dire che oggi crollerà la volta del cielo” – rispose l’uccellino. Il cavaliere rise: “Suppongo che pensi di reggere la volta del cielo con le tue gambette”. “Ognuno fa quel che può” – rispose il piccolo passero”

Chi ha detto che l’amore è bello

Pubblicato 24/07/2010 di giovacollot
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Chi ha detto che l’amore è bello

non ha mai provato veramente l’amore

Chi ha detto che la primavera è felice

non ha mai visto la  primavera

Chi dice che la vita è bella

non ha mai vissuto

Chi afferma che l’amore rende grandi

non ha mai amato

L’amore non è bello

non rende grandi

non fa bene

non ringiovanisce

non ti fa toccare il cielo con un dito

non rende leggeri

l’amore appesantisce

lacera

abbatte

umilia

rimpicciolisce

l’amore è sfortuna

è peste

è un cane rabbioso

che strappa gli ultimi morsi da una carcassa

è la pazzia

è il delirio

è l’inferno

è un carcere

è un usuraio aguzzo

che ti lascia svuotato di tutto

senza più un senso

senza più un perchè

a pezzi

Io non voglio ringraziare chi mi ha fatto innamorare

lo voglio maledire

che soffra, che soffra

che faccia penitenza

che si rotoli nel letto

che condivida almeno un poco del mio inferno

che venga punito

con la mia pena, la mia pena

Chi ha detto che l’amore è bello

non ha mai provato veramente l’amore.

La marea nera: niente di nuovo sotto il sole della Louisiana

Pubblicato 01/07/2010 di giovacollot
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Dal 20 aprile scorso il Golfo del Messico è inondato da una marea di petrolio, fuoriuscita dalla piattaforma Horizon, gestita dalla BP (British Petroleum) a seguito di un’esplosione. A due mesi e mezzo dall’incidente la fuoriuscita non sembra intenzionata a fermarsi; portavoce del governo statunitense hanno recentemente affermato che sembra probabile che il flusso continuerà fino a fine agosto. Nel frattempo, tutta la costa del Golfo del Messico sta subendo danni incalcolabili per quanto riguarda la flora, la fauna e il turismo, e il Presidente Obama ha paragonato il disastro ambientale all’11 settembre, come effetto sulla politica americana.

Il problema è che la macchia di petrolio che sta distruggendo le coste della Louisiana sta facendo una cortina anche sulle responsabilità di questa tragedia, e su come ci si è arrivati. La responsabilità principe, giustamente, è gettata sulla BP; attorno a questo assioma, però, si alzano moltissime voci divergenti, che cercano di dare la colpa ora all’uno, ora all’altro. Lo stesso AD della BP, Tony Hayward, è riuscito a trasformare una tragedia in farsa: prima ha mentito sulle previsioni  della quantità di barili di petrolio fuoriusciti, rivelatisi poi essere di 5000 barili al giorno, cioè 5 volte più di quanto baldanzosamente riportato dalla compagnia britannica; poi, ha cercato di liberarsi da ogni colpa, accusando la compagnia di costruzione della piattaforma Transocean durante un’audizione al Senato. Infine, ha proposto soluzioni sempre più fantascientifiche, rivelatesi tutte un buco nell’acqua. Gloriosa è la scelta di chiedere aiuto a James Cameron, il regista di Titanic e Avatar: del tipo, sei riuscito a fare due film con grandissimi e straordinari effetti speciali e a guadagnarci un sacco di soldi? Bene, sei la persona giusta per provare a risolvere questo pasticcio. Insomma, quello che da fastidio nell’atteggiamento della BP non è solo il fatto che c’è stata una palese mancanza di controlli sulla sicurezza della piattaforma, ma soprattutto l’incredibile leggerezza con cui la stessa compagnia ha cercato di minimizzare il problema.

Il secondo gruppo di voci che ronza attorno al Campidoglio è quello dei Repubblicani. Il partito dell’Elefante non ha perso tempo per accusare Obama di avere risposto troppo lentamente al disastro. Il problema è che i Repubblicani hanno la memoria corta: è in buona parte grazie alle politiche della loro amministrazione che si è arrivati a questo punto. Il governo Bush ha concesso alle multinazionali la possibilità di fare trivellazioni illimitate, senza controlli e interventi statali. Ora invece i Repubblicani chiedono a Obama un intervento più incisivo, senza rendersi conto che stanno raccogliendo ciò che hanno seminato fino ad ora. E soprattutto, senza che questo improvviso desiderio di azione li convinca ad approvare le misure ambientaliste proposte al Congresso. Stiamo parlando dello stesso partito che alle ultime elezioni diceva, con Sarah Palin, che la via per sviluppare l’economia del Paese era estendere le trivellazioni anche ai parchi naturali. Insomma, la coerenza non è di casa neanche a Washington.

Ma il problema ha un’origine più profonda e generale. Come con l’11 settembre, la fuoriuscita di petrolio nel Golfo del Messico ha dato una scossa agli USA, permettendo loro di aprire gli occhi. Ma hanno aperto gli occhi, in realtà, in ritardo: i disastri ambientali, e non solo, causati dall’avidità e dall’incompetenza di molte aziende multinazionali e di molti governi non sono una novità. Chiedete a un nigeriano notizie su cosa fa la Shell nella foce del Niger, da anni, indiscriminatamente, con la protezione del governo. Guardatevi le scene di Bhopal, nel 1984, e guardate quanti dei colpevoli sono stati condannati realmente, e se i risarcimenti faticosamente concessi sono stati sufficienti a ripagare i danni commessi. E ancora: per rimanere più vicini a noi, prendete un biglietto da 10 euro del treno, scendete a Mestre e andate a Marghera. Informatevi su quello che per decenni è stato buttato nelle acque della Laguna, su quanti ex lavoratori si sono beccati un tumore insieme alla liquidazione. Insomma, i casi si sprecano, e spesso sono tali da far impallidire la perdita di petrolio sulle coste della Louisiana. Gli USA semplicemente si sono svegliati; il problema è arrivato a casa loro. Obama ha compiuto un atto importantissimo, obbligando la BP a pagare 20 miliardi di dollari come risarcimento. E’ la prima volta, credo, che un governo riesce a imporsi ad una azienda multinazionale, tra l’altro straniera. Però, è anche vero che il governo è quello del Paese più potente del mondo, quindi non c’è da stupirsi  più di tanto, né da credere che si sia aperta una nuova strada: i Paesi poveri continueranno a subire senza che nessuno lo sappia, i ricchi prometteranno ma non faranno nulla. Sarà sempre la solita, vecchia storia. In più, gli USA hanno una dipendenza da petrolio che è 4 volte quella europea, e la cifra aumenterà perché molti comuni stanno tagliando i servizi pubblici. Quindi, auguriamoci che veramente la marea nera sia come l’11 settembre: che possa cambiare nel profondo la mentalità della gente comune e i politici nel Campidoglio. Speriamo che veramente serva a tutti per aprire gli occhi. Come si dice, meglio tardi che mai.

*Questo articolo, come  il precedente, compariranno a breve nell’edizione cartacea e in quella online di Sconfinare (www.sconfinare.net)

Uzbekistan: un viaggio nel sogno, in una realtà da incubo

Pubblicato 29/06/2010 di giovacollot
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Spesso ci sono luoghi che appartengono di più al sogno che alla realtà. Appartengono alla mente umana, hanno formato nei secoli l’immagine che abbiamo di noi e degli altri. Senza ombra di dubbio, un posto speciale in questa categoria appartiene a Samarcanda. Tutti noi l’abbiamo sentita nominare almeno una volta, nelle canzoni, nei libri, nelle leggende; ma ben pochi di noi si sono posti il problema se esistesse,  dove fosse. Ci bastava sapere che c’era stata, e questo bastava per darci il profumo dell’esotico, per entrare nella dimensione del sogno. Samarcanda è rimasta per noi occidentali quello che era per Alessandro Magno sulla sua strada verso l’India: il fascino dello sconosciuto, la prospettiva di enormi ricchezze e di enormi orrori; è qualcosa posto al limitare del quotidiano, in grado di cambiare la nostra percezione. E’ Tamerlano, che nel 1500 governò su tutta l’Asia e su un pezzo abbondante di Europa, mettendo in crisi l’Impero Ottomano, sfrenato nel lusso come nella violenza; è la Via della Seta, con le sue carovane di cammelli e le ricchezze enormi scambiate da un capo all’altro del mondo; è un crocevia di culture unico nel mondo.

Ma Samarcanda, come tutti i luoghi del sogno,  esiste realmente, ancora oggi: è in Uzbekistan, in Asia Centrale. Uno Stato nato dal tentativo di Stalin di dividere l’indivisibile, le sterminate pianure tra Russia e Afghanistan. Un luogo che, dopo i fasti del passato, in cui era un’oasi di civiltà nel mezzo del mondo dei nomadi Mongoli, si è visto infilare in un cono d’ombra che l’ha tenuto al riparo dagli occhi del mondo, fino ad oggi. Provate a dire in giro “Vado in Uzbekistan”; la maggior parte della gente vi guarderà strano, penserà che la prendete in giro. Ma non ascoltateli: un viaggio in Uzbekistan vale veramente la pena. Quest’angolo di deserto, brullo e piatto, è capace di meravigliare anche il viaggiatore più cinico; prima di tutto perché non te lo aspetti, e poi perché effettivamente la magia è tanta. Samarcanda oggi è una tipica città sovietica, bruttina e senza personalità; ma al suo interno sono incastonati dei gioielli che provengono dal passato: il Mausoleo del grande Tamerlano, la Moschea di Bibi Khanum, la sua moglie prediletta, e soprattutto il Registan, il centro della città nel medioevo. Tutto è conservato benissimo, e la magia è accentuata dal fatto che probabilmente sarete gli unici turisti occidentali nella zona. Il cono d’ombra che ha coperto l’Uzbekistan non si è ancora alzato del tutto, e questo permette ai pochi giunti fin qui di percepire l’atmosfera vera del luogo: parlare in italiano sembra quasi un modo di disturbare la quiete del posto.

Questo si ripete anche nelle altre città, che anzi sono ancora più splendide. Se Samarcanda è una città moderna, da cui spuntano improvvisamente meraviglie del passato, Bukhara è ancora tutta intera. Camminare nelle viuzze, sulle mura o nel bazar della città ci riporta indietro di 600 anni; tutto è rimasto fermo, splendido, intonso; i mercanti che vendono spezie e tappeti sono gli stessi di allora, e i vecchi fuori dalle moschee in legno sembrano essere lì da sempre. Ma la città che più ci porta nel sogno è Khiva; per arrivarci da Bukhara bisogna fare un lungo viaggio nel Deserto Rosso, tra pozzi di petrolio e pecore, e non molto altro. E’ la strada che ha fatto secoli fa Alessandro Magno, che costeggia l’AmuDarja, l’antico Oxus.  Khiva si erge circondata da mura nel mezzo del deserto, intatta; all’interno, sembra che il tempo si sia fermato. Sembra di vivere nelle Mille ed Una Notte. Le case in fango e pietra, le moschee in legno, tutto brilla di una luce irreale, la luce del sogno. E a simboleggiare la lontananza dalla realtà, l’irragionevolezza della città, nel mezzo della piazza principale c’è un’enorme base di minareto, decorato in ceramica blu. Nel 1500 avrebbe dovuto essere il minareto più alto del mondo, una costruzione folle e ambiziosa per questa città di mercanti perduta nel deserto; ma la costruzione non fu portata a termine, perché i soldi finirono. Babele esiste veramente.

Ma l’Uzbekistan moderno non ha ereditato solo lo splendore mozzafiato da Tamerlano; ne ha ereditato anche la follia cieca. Come in molti Paesi ex Unione Sovietica, oggi anche qui il potere è concentrato in modo sultanistico nelle mani del Presidente Islam Karimov e della sua famiglia: la figlia Gulnara Karimova in particolare è contemporaneamente ambasciatrice in Spagna, all’ONU, businesswoman  e ha persino trovato il tempo per incidere un disco di musica pop. Come se la concentrazione di potere e ricchezza, molta, derivante dall’abbondante petrolio, nelle mani del clan del Presidente non bastasse, l’Uzbekistan è uno tra gli Stati con il peggiore record nei diritti umani. Ogni estate centinaia di migliaia di giovani sono portati a lavorare in condizione di semischiavitù negli sterminati campi di cotone del Paese, che ne è il secondo esportatore al mondo dopo gli USA, con la scusa dell’educazione al lavoro. Inoltre, la tortura è sistematica e indiscriminata,  usata anche contro i delitti più comuni. Craig Murray, ex ambasciatore britannico in Uzbekistan, ha persino testimoniato al suo governo di aver visto cadaveri di dissidenti bolliti vivi. Queste atrocità barbare possono fare parte di quella stessa follia di fondo che portò i cittadini di Khiva alla costruzione disperata del minareto più alto del mondo; ma non devono farci dimenticare che anche al di là del sogno più luminoso, spesso si nasconde una realtà peggiore di qualunque incubo.


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